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Buon gusto.

11 dicembre 2007

BON

Dal sito di Daniele Luttazzi. 

Al Direttore di Repubblica:

è disarmante vedere firme celebri annaspare di fronte alla satira e alla sua natura. Quello della volgarità, da sempre, è il pretesto principe di chi vuole tappare la bocca alla satira. Che sia chiaro una volta per tutte ( i furbastri più o meno interessati mi hanno un po’ stufato ): la volgarità è la TECNICA della satira. Con questa tecnica, la satira esprime idee e opinioni. Censurare la satira ( in nome del cattivo gusto o di altri princìpi volatili e capziosi ) è censurare le opinioni. E’ fascismo. Chi si attarda in disquisizioni sul buon gusto è un censore. Punto. L’unico limite lo stabilisce la legge: diffamazione, calunnia. La satira è arte: o è totalmente LIBERA, o non è satira. Se io parlo del sostegno immondo di Ferrara alla guerra criminale di Bush, Blair e Berlusconi in Iraq, e voi vi scandalizzate dei toni satirici invece che di Abu Grahib o del napalm a Falluja, la vostra scala di valori è corrotta. Era questo il significato di quel monologo. Come volevasi dimostrare.

Daniele Luttazzi

Ci sembra abbastanza chiaro, no?

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15 Commenti

  1. peppe scrive:

    Ci ha ragione. A parte lui chi è rimasto a fare satira? (Don Zauker ormai è troppo realistico)

  2. Anonimo scrive:

    meno male che c’è il bagaglino (scusate il termine) che fa la VERA SATIRA!!!

  3. Oste Guido scrive:

    La TV volgare è quella che vediamo tutti i giorni. Il veramente volgare è non avere la scelta di vedere cose veramente diverse dalle solite pallosità. A quando tele DZ? Il dvd è solo il primo passo spero!

    Cordialmente, Oste Guido

  4. Nedo B. scrive:

    [I]L’unico limite lo stabilisce la legge: diffamazione, calunnia.[/I]

    Io l’avevo detto…

  5. Anonimo scrive:

    Il problema della satira è che si ostinano a farla i vivi, rubando il mestiere ai morti, alle buone decomposizioni, alle faticose marcescenze, ai Cristi, ai dormienti.

  6. santrine scrive:

    Guardando la foto, mi è venuto il mente che il buon vecchio Fred, in duetto con un altro grande (ormai) vecchio cantava:

    io con la mia faccia da hawaiano, canterò napoletano e mi sento uguale a te

    Effettivamente la faccia da hawaiano ce l’ha, ci avevate mai fatto caso? Spero solo che non si senta uguale a me.

    Tornando a noi (eia eia latumà), nel mio piccolo non mi frega nulla di quello che dice Luttazzi, tanto non ho la tv nè intendo guardarla. E mi perdo volentieri sorpattutto i commenti alle sue uscite di vari luminari del pensiero moderno.
    Intendiamoci, Luttazzi mi piaciucchia senza essere il mio idolo, ma non dimentico che per anni ha percepito stipendio e donato share (e soldi e…) a Italia 1. Mi ricordate chi la possiede che non mi sovviene? Inoltre ha pubblicato diverse cose con Mondadori. Diobono sono proprio vecchio, non mi ricordo di chi è!
    E poi, via, è troppo intelligente per non sapere che una battuta del genere avrebbe creato un polverone. Non l’ho sentita in diretta, ma vederla scritta non è che mi abbia fatto gridare al miracolo. Mi sembra un po’ un gioco delle parti, lui che fa il discolo e gli altri che lo bacchettano.
    Penso che potrei andare avanti per delle ore combinando santi, personaggi del costume odierno e antico, fluidi corporali, specie del regno animale e luoghi di culto.
    Ma non mi riterrei un genio sovversivo per questo.
    Mi ricordo che anche nel Tuttobenigni ’96 si insisteva a lungo sull’obesità di Ferrara. Sarà un segnale di rincoglionimento? Intanto il bersaglio di questa satira pungente è sempre lì, e nessuno lo smuove (battuta arguta servita su un piatto d’argento…). Ricordiamoci che è stato anche Ministro della Repubblica (delle badonne bapiccole bapiccole), come Storace e Calderoli. Incidentalmente anche loro in sovrappeso.

    Ma per la madonna (hip hip hurrah!), in Italia il quotidiano più letto è la Gazzetta dello Sport ed i programmi più visti sono Vespa, Zelig ed i reality: adesso non vorremo mica ritrovarci tutti a discettare su giornali, radio, tv e internet in merito a etimologia, storia, confini, mezzi e finalità della satira?

  7. Anonimo scrive:

    Posso solo dire: AMEN!

  8. grisson scrive:

    Mi sembra abbastanza chiaro DIOCANE!!!!!!!!

    Adie

  9. Anonimo scrive:

    chiarocomel’Acqua di fogna

  10. Socmel scrive:

    Caro Santrine,
    la battuta incriminata è vecchia di 5 anni, già pubblicata e detta in vari spettacoli. Inoltre, prima che i dirigenti di La7 si “accorgessero” della battuta, hanno fatto passare un’intera settimana con annessa replica del giovedì… fino ad arrivare a bloccare il programma solo qualche ora prima della puntata sulla “Spe Salvi”. Insomma non sono molto daccordo con te sul “gioco delle parti”.
    Del resto non mi pare nemmeno che lui si consideri un “genio sovversivo”
    Comunque fai bene tu che non hai la televisiùn che ti ‘ndurmenta anch’i cuiùn (come diceva Jannacci).
    Per il resto, ritengo Luttazzi al pari di altri autori-attori che mi piace vedere (in TV, al cinema, in teatro). Penso ad Albanese i Guzzanti, Bergonzoni, Rossi…
    Di idoli ce n’è uno solo, cioè il Nostro… e non ne pronuncio il nome invano!
    Ciao
    p.s.
    anche se il Sardelli di Padre Pio è quasi inarrivabbile!

  11. Anonimo scrive:

    satira un paio di palle. che la smetta si piangersi addosso

    Mala

  12. Socmel scrive:

    ALL’ANONIMO DEL POST.11 E A TUTTI:

    DARIO FO SUL CASO DECAMERON
    “In questi giorni nei vari articoli apparsi sui quotidiani a commentare la censura di cui è stato vittima Daniele Luttazzi, si sono susseguiti a iosa termini come “buongusto”, “stile”, “opportunità”, “decenza”, “trivialità”, ecc..

    All’istante, di contrappunto mi sono venute in mente caterve di espressioni e situazioni scurrili a dir poco feroci, impiegate da maestri storici della satira, a cominciare da Mattazzone da Calignano, grande giullare lombardo del XIII secolo, che, in un suo fabulazzo sulla lamentazione dell’uomo per la pena che Dio ha imposto a lui e alla sua femmina, elenca le fatiche e le mortificazioni nonché i continui flagelli e morbi a cui le creature umane sono sottoposte fin dalla creazione. Il Padreterno si lascia convincere dalle invocazioni dell’uomo e, ipso facto, decide di creare a suo vantaggio il villano, che lo servirà “in ogni bisogna” al par d’uno schiavo. In quell’istante passa di lì un asino e il creatore con un gesto della sua mano santa lo ingravida. Al nono mese, preannunciato da “un trempestar tremmendo de fulmini e saiette, de la panza de l’anemal, traverso el so’ cul de lü, sbotta de fora ol vilan spussento, tüto empastao de merda sgarosa e: stralak! Sto cul sforna criante ol servante creat da Deo. Una piova sbatente se spraca contra el corpazon del vilan scagazzao spussente, perché se faga cosiensa de la vita de merda che ve se presenta. ‘Da po’ che l’è nato egnudo’ ordena el Segnor ‘deghe un para de brache de canovasso crudo, brache spacà in del messo e dislassà, che no’ debbia pert tropp tempo in del pissà!’.”

    Subito appresso mi appare Bescapè, un contemporaneo di Mattazzone da Calignano, che ci accompagna, mezzo secolo prima di Dante, nell’Inferno, dove personaggi ben noti della società del tempo vengono immersi a testa in giù nello sterco fumante, costretti a compiere gargarismi, trillando in gola secchiate di escrementi prodotti da animali fra i più fetenti.

    E poi ancora vedo scorrere i milanesi longobardi sconfitti da Carlo Magno, che un anonimo fabulatore descrive costretti dall’Imperatore a “nettar co’ la lengua l’arco treonfal, costruit da lori mismi a onor da lu venzedor franzoso. Sü l’arcon tüti i soldat de Carlo gh’hann pissat sovra per una jornada entera e anco smerdao con cüra. Das po’ a ognün de’ Longobar fue ordenat de catar rospi, ratti e pantegan de fogna, e cusinarseli per far gran banchetto. I poverazz, boni cosiner con erbe parfumate, hann insaporit i boccon del pasto, engorgià tuto con gran fatiga e despo’ all’entrassat, tuto ch’avien magnat, gh’hann vomegado fora. L’emperador, desgostà, l’ha criat: ‘Ma cos’è ‘sta porcaria? No’ voi védar per le mee terre ‘sto vomegame! Lecadevelo subetamente e che tuto sia ben polido!’. Oh ch’el regal potestà!”.

    Di certo si tratta di brani poco noti, che però Dante Alighieri ben conosceva per averli addirittura raccolti nel suo De Vulgari Eloquentia. Attraverso queste testimonianze, è risaputo, il sommo poeta, insieme ad altri autori che l’hanno preceduto, costruì il nuovo linguaggio, o Dolce Stil Novo, che ognuno di noi impara a considerare la base assoluta della nostra cultura.

    Lo stesso Dante usa immagini similari per colorare di veemente indignazione la presenza di certi notissimi personaggi in cui incappa nell’infernale viaggio osceno. “A chi servirà quel buco vomitante fuoco?” chiede il tosco poeta a Virgilio. E quegli risponde: “Là dentro verrà fra poco infilato testa in giù, un Pontefice che ben merita di starsene a cottura lenta e le natiche al vento a sbattacchiar gambe al par d’un forsennato!”. Quel Pontefice è nientemeno che Bonifacio VIII, quello che incarcerò, costringendolo a vivere incatenato tra le proprie feci, Jacopone da Todi che si era permesso di insultare il Santo Padre in questione urlandogli: “Ahi! Bonefax! Hai iogato ben lo munno! Ahi! Bonefax! Che come putta hai traito la Ecclesia!” cioè, come una puttana hai ridotto la Chiesa!

    Oggi, si sa, nessun cardinale si permetterebbe di porre mano pesante su questi scritti… è questione di opportunità e stile… oggi!

    Ma di certo vi farà sussultare di stupore scoprire che anche il santo giullare Francesco di Assisi spesso si lasciasse andare a espressioni di un linguaggio azzardato, per non dire sconveniente. Infatti in una delle storie testimoniate da suoi seguaci, si racconta che un giovane discepolo un giorno si recò da lui disperato, sconvolto, giacché continuava ad apparirgli un orrendo demonio che lo tormentava con lusinghe e minacce, perché si lasciasse indurre nel peccato. Francesco, dopo averlo ascoltato, da autentico giullare quale era, disse al suo tormentato fratello: “Sai che debbi fare? Quando verrà l’enfame demonio, tu digli spietato: ‘Veneme appresso che eo te abbranco per l’orecchi, ti vo’ a spalancà la bocca e in quella ci caco dentro tutto lo smerdazzo che me riesce d’emprignatte!’. Così il giovine seguace repetette a lu demonio quella menaccia che Francesco li avea soggerita: ‘Te vo’ cacando in la bocca finché t’annego de merdazzo!’ Quello diavolo, preso de lo terrore, fuggì, annanno a sbatte contro rupi de le montagne che se sgretolaveno, come sotto tremmamoto, e tutto lo covertirno, seppellennolo per l’intero.”.

    È inutile sottolineare che di questa leggenda non si trova traccia nella versione ufficiale della vita di Francesco, quella riscritta quarant’anni dopo da fra Bonaventura da Bagnoreggio, eletto a generale dell’ordine dalla Chiesa di Roma, che censurò l’originale, anzi lo distrusse addirittura mandandolo alle fiamme.

    Ma quello di mascherare le notizie e le testimonianze che danno impaccio alle elegie è cosa di tutti i giorni da sempre. Al contrario spesso si scelgono bell’apposta, come nel caso di Luttazzi, le espressioni e i lazzi satirici palesemente scurrili e si mettono in bella mostra allo scopo di abbassare il livello di dignità dell’autore. Conosciamo bene questa pratica davvero ipocrita e furbesca: ti si accusa di usare forme oscene di linguaggio per censurarti o addirittura eliminarti dalla scena.

    A me e a Franca è accaduto con Canzonissima quando ci permettemmo di parlare di morti bianche sul lavoro e della mafia criminale. Nessuno, fino ad allora, sto parlando di quarant’anni fa, aveva mai trattato l’argomento. Anche in quell’occasione, fra le tante accuse, quali quella di buttarla in politica, ci si scaraventò addosso anche l’accusa di scurrilità e di non rispettare il comune sentire degli spettatori.

    Luttazzi non a caso stava preparando una puntata sull’enciclica del Pontefice. Come eliminarlo senza mettere in primo piano l’autentico soggetto? Si fa la carambola: si spara su un bersaglio laterale per poterti di rimando colpire in piena fronte o, se volete, in piene chiappe. A parte che un bersaglio come Ferrara, è così generoso, da non potersi sbagliare!

    Esulta, mio caro Daniele! Così ti hanno eletto a classico della satira, e anche della letteratura! Complimenti!

    Dario Fo”

  13. Anonimo scrive:

    Per me Luttazzi ha rotto i coglioni da tempo immemore, nel senso che e’ un pezzo che non fa piu’ ridere, onde per cui questa storia gli ha fatto un favore, cosi’ passa per vittima un’altra volta. Penso che il problema non fosse la ‘battuta’ su Ferrara ma quello che avrebbe potuto dire su Beppe 16. Chissa’, magari avremmo avuto un commento sull’enciclica da qualcuno che l’aveva letta davvero: una rarita’ assoluta!

    Comunque non ho la televisione e quando la vedo da qualcuno non mi viene la voglia di prenderla.

    Bona Ugo,

    Kekko

  14. Anonimo scrive:

    Mela vaffanculo

  15. Sono cresciuta con i fumetti satirici di Disegni e Caviglia. Quando mi facevano ridere fino alle lacrime, mi divertivano. Quando mi lasciavano di stucco indecisa se ridere, incazzarmi o restare a bocca aperta per venti secondi costringendomi a prendere atto di cose talmente disarmanti che nessuno le nota, allora mi conquistavano del tutto. Luttazzi su di me ha lo stesso effetto. Non ho mai pensato che la satira dovesse farmi ridere. Di solito, quando resto a bocca aperta incerta fra una risata nervosa, il lieve sbigottimento e l’incazzatura pesa – proprio come in questo caso – vuol dire che ha colto nel segno.