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18 dicembre 2012

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“Silvio Berlusconi”.

Ecco, questa è l’ultima occasione in cui scriveremo questo nome o faremo riferimento alla sua persona.

A meno che non sia per comunicarne, non senza un brivido lungo la schiena, la cruenta sodomizzazione da parte di un gorilla di montagna, l’omicidio a colpi di cucchiaio per opera di un ginosaji la sua liquefazione in una pozza di sperma o la sua trasformazione in fecaloma a cura della fata Smemorina.

No, non siamo pagati da lui per il silenzio, non siamo neanche (non lo siamo mai stati) tra quelli che necessitano di un avversario in particolare per dare un senso alla propria opera, né tra quelli che hanno bisogno di attaccarlo per sperare di godere di un po’ della sua visibilità.

Potremmo dire che non lo nomineremo anche perché comunque egli trae potere dalla pubblicità, persino da quella negativa, e noi di potere vorremmo lasciargli solo quello di chiamare l’infermiera per farsi cambiare il pannolone; ma non è del tutto vero.

Non lo vorremmo nominare più perché sinceramente non ne abbiamo più voglia. Non abbiamo più voglia di giocare al gioco di commentare, sia in tono ironico che scandalizzato, l’ultima sua sparata, meschinità, offesa, stronzata, menzogna, provocazione o vigliaccata.

Son cose che si commentano da sole, da sempre, e alla lunga ci siamo rotti i coglioni.

Anche se il pubblico, conservatore come sempre, tende a premiare il tormentone e gode nel sentire le battute dei comici a riguardo, noi non ne possiamo più.

Certo, almeno con lui (e di lui) si può ridere un po’ in spensieratezza, al contrario dei cosiddetti tecnici che sono solo tanto tristi, vero?

Vero. Ma, come dice Antonio Rezza: “La spensieratezza è una piaga sociale”.

Il Cavaliere, Il Banana, Papi, lo Psiconano, B. con tutti gli altri titoli (alcuni, i migliori, irripetibili per evitare di incorrere in denunce penali) ormai appartiene al passato, su di lui è stato già detto tutto e quello che non è stato detto è stato dimostrato dai fatti.

La Storia lo ha liquidato, non esiste più.

Certo, c’è ancora qualcuno disposto a seguirlo nel baratro: nullità interessate al mantenimento del posto in Parlamento, qualche troiotta attirata dai lustrini come le mosche dalla merda, un discreto numero di falliti che, un po’ per riconoscenza un po’ per ricatto e un po’ elemosinare un posto in Parlamento o su Canale 5 continuano a difenderlo. Soprattutto c’è ancora qualche centinaio di migliaia d’italiani che lo seguono senza se e senza ma come i tarponi del pifferaio di Hamelin, e casomai è su loro che dovremmo tutti concentrarci. Ma il numero di obnubilati, lentamente e progressivamente, scema (verbo).

Dovremmo sopportare ancora una robusta razione dei suoi stomatopeti e delle sue licenze in un colpo di coda che lo vedrà invadere tutti i palinsensti possibili per risalire nei sondaggi. E purtroppo ci riuscirà, in qualche misura.

Ma, nel confronto con il recente passato, è destinato a fare ciao ciao con la manina alle folle oceaniche di comparse plaudenti. E non perché gl’italiani siano diventati più intelligenti, attenti o preparati, sia chiaro, ma semplicemente perché non va più di moda.

È passato, superato, non usa più. Dovrebbe reinventare qualcosa di nuovo ma, ahilui (e buon per noi) è talmente vecchio e ottuso che uno sforzo simile rischierebbe di produrre solamente una bel rigonfiamento nei pantaloni. Nella parte di dietro, dei pantaloni.

Fanno pena quanti ancora si aggrappano alla sua giacca, e al suo portafogli e alle sue aziende, nella speranza di un posto al sole nell’immediato futuro elettorale, ma fanno ancora più pena quanti cercano di conferirgli nuovamente un’aura da avversario credibile perché non hanno argomenti migliori per convincere elettori, lettori, spettatori e fan su Facebook. A loro, tutti loro, nessuno escluso, vada il nostro compassionevole disprezzo.

 

 

Naturalmente questo post perderà ogni valore nel caso venga nuovamente nominato Presidente del Consiglio.

Ma non è un problema che ci riguarda, perché in quel caso stiamo organizzando un bel suicidio di massa.

 

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44 Commenti

  1. Shiruz scrive:

    Bravi concordo pienamente con voi, basta parlarne ormai è storia (brutta) del passato, lui si nutre di popolarità sia essa positiva che negativa, e più se ne parla e più i minorati mentali che lo votano potrebbero aumentare (non posso credere che giunti a questo punto una persona sana di mente abbia il coraggio di votarlo). Ignoriamolo e facciamolo scomparire per sempre nell’oblio relegato in un angolo di un vecchio armadio buio insieme al babau e all’uomo nero…

  2. Goldrake scrive:

    Impagabile il post scriptum. E grazie per citate ogni tanto il fenomenale Antonio Rezza. Per il resto… Si, basta, ma basta per davvero. Diomerda.

  3. ivan scrive:

    Ma il problema è Berlusconi oppure gli italiani? In un altro Stato un simile personaggio non ci sarebbe stato, però voglio far notare che si attribuisce a quest’uomo una bravura ed un carisma che sinceramente non vedo. Sono quasi vent’anni ed utilizza sempre gli stessi slogan con un linguaggio invariato. Ripeto Berlusconi esiste perchè gli italaiani lo tengono in vita.

  4. Bird scrive:

    Ditelo che siete solo gelosi perché anche voi vorreste gnocca di 49 anni più ggiovane che via ama di ammmmore vero!!
    E, a parte questo, concordo che ormai sia solo passato di moda, ma tanto ora l’uomo nuovo pare l’altrettanto capriccioso, dispotico e populista parolaio genovese.
    Mah, forse solo tra i liberisti in queste lande, spero ancora un po’ in Fermare il Declino <_<…

    • Goldrake scrive:

      Non scordarti quanto spesso le mode ritornino in auge e soprattutto quanto vada (appunto) di moda il vintage…

      • Bird scrive:

        Vero, ma sinceramente un’ideologia (parolone in questo caso) di epicureismo yuppie perde molto mordente rispetto a cazzate più teatrali come il fascismo o il veterocomunismo da studentello figlio di papà.
        Piuttosto penso che molti berlusconiani prima fossero leghisti o craxiani, attratti dall’idea di andare contro un sistema senza capire un cazzo, solo motivati dalla cieca frustrazione di un mondo che non capiscono perché fa fatica. E infatti ora secondo te tutti quegli elettori chi seguono?

        • Goldrake scrive:

          Dai, ti prego, la domanda è talmente semplice da risultare quasi offensiva… 😉

    • jahtiz scrive:

      oh santo cielo!
      io sono contento che al mondo ci siano tante teste e tante idee diverse..
      ma Giannino mi fa più paura di molti altri
      io credo nel liberismo ma lui va oltre! L’idea che mi dà è che vorrebbe cancellare totalmente la presenza dello stato con buona pace di chi nasce meno fortunato. 
      Se liberismo dev’essere a ‘sto punto scelgo di votare i radicali (gente come Cappato è tra i pochi politici degni oggi di stima) .
       
      Senza contare che, secondo me, “fermiamo il declino” è già morto in culla per defezione dei tanti iniziali sostenitori.

      • Bird scrive:

        Io ho dato ben altra lettura: non ho visto alcuna cancellazione del welfare e anzi con le giuste normative puoi davvero far tanto per compensare dove ti ha buttato la cicogna.
         
        Penso ad esempio alle borse di studio, oggi date con il contagocce e A CAZZO, quando un sistema di voucher e l’abolizione del valore legale del titolo di studio (con relativa corsa al mero pezzo di carta verso il diplomificio più conveniente) farebbero già grandi cambiamenti.
         
        Sulla morte in culla vedremo, spero di no anche per dar voce al ricambio, mentre i radicali mi risultano praticamente appena più proponibili di un pd.

        • McLaud scrive:

          Bird, da te mi aspettavo qualcosa di meglio del tritissimo ed infondato argomento sull’abolizione del valore legale del titolo di studio (come se solo quello bastasse a trasformare un “laureificio” in un’università decente, peraltro…). I voucher, allora, per essere efficienti dovrebbero essere spendibili solo negli atenei c.d. “migliori”, con buona pace della libertà di studio?
           
          E poi “Fermare il declino” è destinato all’insuccesso già solo per il nome. Bisogna sapere vendere il prodotto “politico” in una stagione in cui in contenuti non valgono più niente: qualcosa come “Ripartire in quarta” o “Vado al massimo” non era proprio possibile, eh? 😉

          • Bird scrive:

            Mica ho detto che il senso dell’abolizione sta tutto lì. Né, a dirla tutta, mi pare di aver detto che l’abolizione debelli all’istante i laureifici.
            Sicuramente darebbe però bella spallata: quante persone che si trovano in zone povere di risorse accademiche vanno a studiare altrove (a loro salassate spese) perché “tanto con la laurea presa qui ci fai solo i concorsi pubblici”?
            Tu che altro proponi?
            FiD è diventato “fare” da qualche tempo: non ti aggiorni!

            • McLaud scrive:

              Bird, non mi sono mai fidato degli esperti “istantanei” e degli editorialisti con le soluzioni in tasca. Il problema del valore legale del titolo di studio non si risolve con la sua abrogazione; è come far scoppiare una bomba per spegnere un cerino: devi ricostruire tutto intorno dopo.

              Forse la soluzione sarebbe di tornare ad un controllo centralizzato più serio del sistema universitario e dell’organizzazione dei corsi al fine di restituire omogeneità di contenuti e una qualità media più alta, sopprimendo allo stesso tempo tutte le bogus institutions private, che sono veri e propri laureifici. Purtroppo da noi è stato creato il carrozzone autoreferenziale dell’ANVUR e uno sproposito di altri accrocchi burocratici che non porteranno da nessuna parte.

               
              …e continueranno a saltare fuori maître à penser con soluzioni semplici per problemi complessi.
               

              Vorrei ricordare, poi, che molte persone sono costrette ad andare all’università locale perché non hanno i mezzi per andare altrove: solo per questo devono essere predestinate ad una vita di serie b?
               

              No, già oggi la laurea conta poco e niente ed il discorso è strumentalmente incentrato sul suo valore formale, mentre è stato del tutto dimenticato quello sostanziale.
               

              Infine, anche i grillini (diconsi: i grillini), caro Bird, in maniera assolutamente immotivata hanno inserito l’abrogazione del valore legale del titolo di studio nel loro programma: come ti senti ad essere un grillino? Ah, guardacaso, c’era pure nel Programma di Rinascita Democratica…ti dice niente? 😉
               

              P.S.: anche così il cane drogato del marketing che ha escogitato il nuovo logo non ha fatto che mettere una pezza a colori, ma il declino resta!

              • Bird scrive:

                Vabbè, ora non è che siccome peppe crillo dice X, devo per forza andare contro X: anche l’abolizione degli ordini (o almeno di alcuni come quello dei giornalisti) mi trova pienamente concorde.
                Che poi non motivino niente (e spesso fanno pure figura meno peggiore, specie rispetto agli studenti che votano i prof o altre trovatone del loro programma), altro discorso.
                Idem per rinascita democratica: non è che ora devo scegliere se volere o meno il nucleare specularmente a gelli, eh…
                Chi non ha i mezzi per trasferirsi sta fregato pure ora, magari così si leva la pezza di copertura.
                Te la giro: che valore aggiunto (toh) dà oggi il valore legale del titolo di studio?

                • McLaud scrive:

                  Caro Bird, è vero: anche gli orologi rotti due volte al giorno dicono la verità. Ma se i grillini offrono un’adesione immotivata a questa proposta, credo tu sappia come la motivassero i piduisti e spero che ti sia anche accorto della carica di demagogia e prevaricazione dietro quelle parole.

                  Detto questo, chi sostiene l’abrogazione non ha la minima idea di cosa si debba abrogare e come, né mi pare ce l’abbia pure tu, se per giunta, mi fai una domanda come quella.

                  Voglio risponderti comunque, per darti la misura dell’insensatezza della proposta abrogativa. Il valore legale della laurea (intendendo per questo la particolare qualifica accademica raggiunta all’esito di un corso che presenta determinati requisiti) ha almeno una funzione essenziale legata al fatto che si inserisce in un complesso sistema di fonti comunitarie in virtù delle quali si è avviato un processo di omogeneizzazione dell’istruzione universitaria su scala europea. Per effetto di ciò è possibile ottenere il riconoscimento del titolo (automaticamente in certi settori, con valutazioni caso per caso in altri) negli altri paesi membri. Ti pare poco? Vorresti tornare indietro?

                  Non solo, nei paesi anglosassoni in relazione ai quali è tanto sbandierata la mancanza di valore legale delle lauree, è stranamente necessario possederne per accedere alle professioni regolate (avvocati, medici, ingegneri…). Ancor più strano: non è mica necessario laurearsi tutti ad Harvard o a Cambridge, ma basta una corso che abbia ottenuto un accreditamento presso l’ente competente (generalmente privato, ed in questo sta la differenza rispetto ai paesi europei continentali, dove solo lo stato accredita le università ed i corsi).
                  Può bastare per smettere di ripetere slogan o bisogna ancora discutere del nulla?

                  • Bird scrive:

                    La domanda sul valore legale era retorica, visto che volevo sottendere che averne da atenei pietosi per farci giusto concorsi o poco più era come non averne.
                     
                    Taccio poi le professioni tipo consulente del lavoro o promotore finanziario che ti chiedono oggi di avere una laurea a caso tanto per averla, ma confesso che mi mancava il riconoscimento automatico di certe lauree in Europa, visto che mi risultava si andasse abbastanza caso per caso, tranne per il comparto medico dove comunque so che difficilmente all’estero ti prendono solo con pezzo di carta e senza verifiche minime.
                     
                    Non so a menadito la regolamentazione della professione anglosassone, ma non mi pare che l’abilitazione centellinata da parte di organismi non pubblici come gli organi che in Italia regola molte ghiotte (e meno ghiotte per esaurimento di mercato) professioni sia molto diversa.
                     
                    Ergo no, direi non basti e continuo a trovare inutile o anche dannoso il valore legale del titolo 🙁
                     
                    Tra l’altro hai parlato solo di cosa comporti, tacendo cosa implicherebbe la sua abolizione.

                    • McLaud scrive:

                      Bird, ti ricordo che l’onere di dimostrare qualcosa sta a chi la invoca, non a chi la contesta. Non devo quindi certo spiegare io cosa comporterebbe questa “miracolosa” abrogazione di cui tu parli, senza forse essere adeguatamente informato. Anzi, dato che ti trovi, mi spieghi a che servirebbe l’abrogazione in un sistema universitario in cui lo stato continua a farsi carico della maggior parte dei costi del sistema? E perché rimuovere solo questo non meglio precisato “valore legale” dei soli titoli di laurea e non anche quello di altri titoli scolastico/accademici?

                       
                      Il problema, poi, come implicitamente sottolinei con la prima frase e come ho cercato più volte di dire, non è la laurea, ma il contenuto dei corsi: benché formalmente equiparati, di fronte ad una prova non tutti i laureati sono uguali…e la prova (esame, concorso, abilitazione…) serve proprio a selezionarli. Fin quando non ci sarà un serio controllo centralizzato su contenuti e qualità dei corsi, allora potranno registrarsi enormi differenze tra un ateneo e l’altro. Certamente, quel ridicolo carrozzone che è l’ANVUR è assolutamente inadeguato allo scopo. Chissà se tornare al passato prima o poi sarà considerata come un’opzione razionale.
                       

                      Continuare a concentrarsi sul titolo e non sui corsi significherebbe considerare la punta dell’iceberg un pezzo di polistirolo galleggiante.
                       

                      Scusami, poi, ma proprio la laurea in medicina è stata proprio una tra le prime per cui a livello europeo è stato istituito un sistema di riconoscimento automatico. Peccato che non lo sapessi. Bisognerebbe poi naturalmente evitare di fare confusione tra riconoscimento della laurea ed “essere presi”: sono certo che con un po’ di onestà ti accorgerai che c’è una bella differenza. Ad ogni modo, dalle esperienze di diversi amici, posso dirti che in certi paesi europei la domanda di medici è altissima, anche a causa della scarsità artificialmente indotta (UK, Portogallo…), ma questo forse è un altro discorso.
                       

                      …e, per finire, Bird, la regolamentazione sull’accreditamento dei corsi è una cosa diversa da quella sull’accesso alle professioni: evitiamo confusione anche qui, dai. Più in generale, la disciplina su accreditamento di corsi universitari e valore del relativo titolo è praticamente identica in tutta l’europa continentale. Porsi demagogicamente al di fuori, significa estraniarsi dall’unico lasciapassare che consentirebbe di sfruttare utilmente l’unione europea…una volta tanto.
                       

                      Insomma, se ci sforzassimo di analizzare quello che certi elzeviristi brandiscono come dogma e panacea, ci accorgeremmo che tale non è e molto altro invece resta in ombra, n’est-ce pas?
                       

                      P.S.: “non so a menadito” = “non so”…è più onesto. 😉

  5. Bird scrive:

    In peppe we trust \m/!

    Edit: fuck, andava come risposta a goldrake, ma mi ha scazzato la collocazione post-catpcha.

  6. PERCVLATOR scrive:

    Questo post rientra nella top 3 della storia del sito. Chapeau.

  7. Emilio scrive:

    La citazione del Ginosaji è deliziosa. Concisi e condivisibili anche stavolta.

  8. Giovanna scrive:

    Applausi scroscianti!

  9. Hiei scrive:

    “No, non siamo pagati da lui per il silenzio”
     
    Monti invece quanto ha dovuto scucire?? :’D
     
    (per il resto, approvo, per quel che può fregare…).

  10. Gorilla scrive:

    Grazie per la citazione di Rezza, io lo adoro (e speriamo anche nella reciprocità, il tutto ovviamente nel modo più etero possibile)!

  11. woytila88 scrive:

    1) La foto sembra presa dalla quarta casa di Cancer, e sebbene Sirio sia stato sempre il mio preferito dai tempi dell’asilo (quando mi vantavo di avere uno zio che si chiama così), stavolta spero moia cecato com’è in un burrone
    2) non laveva già detto veltroni? io mi toccherei i coglioni
    3) seriamente, a me questo post è piaciuto ricordandomi questo discorso (fatto da un berluscoide più grasso ed evasore fiscale uguale) 
    http://youtu.be/i4MhVjnzh7Y
     
    IL PADRONE E’ MORTO
    eppure dissento dalla vostra tesi finale PAGURI: non è passato di moda berlusconi, l’europa, i mercati, chi ci ha messo i soldi a tassi agevolati ora non lo rivuole più. E’ impazzito (vedetevelo dalla d’urso se avete coraggio), non ce la fa più, è funnybot di south park, sembra un disco rotto fermo a 20 anni fa. Mentre in 900 era un’Italia disperata e malferma a non poterne più, ORA NO, non ce lo dimentichiamo. finchè striscia non farà il 2% d share e belen la sguattera silvio non passerà mai di moda.

  12. Ste scrive:

    Sento una voce di vecchia in lontananza:”Però qualcosa di buono ha fatto!”

  13. jahtiz scrive:

    nel 2005, quando ESSO perdeva l’elezioni in favore di un improbabile ULIVO Cremagnani e DeAglio fecero uscire un DVD dal titolo “QUANDO C’ERA SILVIO” convinti che sarebbe stato un documento che illustrava un personaggio ormai passato alla storia… (otto anni fa)
     

    • Goldrake scrive:

      Perse le regionali con uno storico 12 a 2. Inutile ricordare i commenti dell’epoca, inutile ricordare cosa avvenne in seguito.

    • Ste scrive:

      Però adesso ciò che è davvero passato è l’apice del suo potere, lo dimostrano le defezioni dei suoi sodali in questi giorni. Tuttavia lui e l’uomo più ricco d’Italia e il suo gruppo resta perciò un nodo imprescindibile del potere politico. Solo che si riadatta di volta in volta alla situazione oltre che fare i conti anche con i gruppi politici europei e l’eurogruppo a cui aderisce. Danni ne continuerà a fare e anche grossi, come quelli che ha già fatto, anche perché ci sono gli altri si ritrova in parlamento sempre con la stessa gente (anche se ridistribuita in partiti diversi). (Es. legge bossi-fini, fatta sotto il suo governo ma porta la firma di altri delinquenti consimili.Cambia il contenitore ma la merda è sempre quella). Infine la vera utilità nel nominarlo mai più sta nell’evitare la sfiga che inevitabilmente accompagna il suo nome.

      • Goldrake scrive:

        Infatti, come già asserito dal sottoscritto, dai Paguri e da tanti altri, il danno causato gli sopravviverà.

      • Bird scrive:

        Potere economico al lumicino, eh: finita la fase di bilanci drogati da inserzionisti che compravano spazi a iosa da lui (a mo’ di tangentina), merdasec si rivela l’ennesimo carrozzone che campava solo di privilegi statali, vedi FIAT, alitalia, etc…

  14. ulivinico scrive:

    Su questi giochini Silvio/non Silvio, questo scrivevo lo scorso giUvedì sulla mia pag. fessicche:

    Lezione scimmia #8 (dietro le quinte)
    GF1: pronto GF2? Sta andando tutto come programmato. Abbiamo fogato le nostre scimmie contro il vostro Silvio, nessuno parla di programmi politici.
    GF2: ottimo GF1,noi gli facciamo occupare tutte le tv ancora fino a Natale per alzare i consensi delle nostre scimmie e l’odio delle vostre. Mi raccomando, voi non parlate mai di conflitto di interessi, pedofilia, mafia nè altro, puntiamo sulla fidanzata nuova,che fa i suoi interessi,ma in generale, quelle cose lì. Inoltre al vostro Bersani fategli tenere più in vista il sigaro, come fece Bertinotti, fa più comunista e noi possiamo continuare ad attaccare contro i comunisti. Alle nostre scimmie piace.
    GF1: certo, è chiaro ormai è uno schema collaudato, però dopo Natale lasciate spazio tv a noi per pubblicizzare le nostre Buffonarie,dobbiamo ancora far credere alle nostre scimmie di decidere i parlamentari.
    GF2: ma stavolta l’avete fatta troppo sporca,avete detto che tenete comunque chi volete.
    GF2: non preoccuparti,sono ammaestrate bene,dopo Natale dimenticano,lasciaci la tv in quei giorni. Hai visto che bel lavoro abbiamo fatto con Benigni? Gli abbiamo fatto prendere in giro il vostro Silvio,poi una frase sull’orgoglio italiano e ora sono tutte contente e convinte di essere libere.
    GF2: si ho visto, avete fatto un buon lavoro, ora tutti parlano ancora di Silvio. Ma non esagerate con la vostra pubblicità.
    GF1: tranquillo, come hai visto non abbiamo messo Renzi contro cui non potevate confrontarvi, ma il buon vecchio Bersani studiato con giacca marrone per dare l’idea di sinistra,ma senza troppe aspirazioni.
    GF2: perfetto, le altre forze sono sotto controllo, Di Pietro è distrutto, Casini lo riprendiamo dopo elezioni… ora puntiamo tutta l’attenzione sui nostri 2 uomini-immagine, ma c’è quella rottura di cazzo però del M5S.
    GF1: non chiamiamolo M5S, puntiamo solo sulla figura di Grillo, siamo già riusciti a creare un buon clima di odio contro di lui, presto evidenzieremo di più i contrasti interni comprando qualcuno o semplicemente portando in tv qualche sprovveduto gratis dove lo ridicolizzeremo a dovere,ma aspettiamo sotto elezioni sennò dimenticano.
    GF2: si, ma è meglio non farli arrivare per niente alle elezioni, iniziano a essere troppi. Dobbiamo impedirgli la raccolta firme.
    GF1: vediamo che possiamo fare ma non ci preoccupiamo, abbiamo sempre vinto e vinceremo, noi siamo maggioranza.
    GF2: certo GF1, non ne dubito.

    • Gorilla scrive:

      MA quando se ne accorgerà la gente? In ogni caso è un dialogo straordinario, complimenti!

  15. Bird scrive:

    Devo ripetere ancora che senza valore legale il titolo di studio finirebbe appunto valorizzato solo dal mercato (buh!) e quindi tante famiglie per asimmetria informativa non investirebbero grandi risorse in titoli che ormai non valgono granché, sfatato il mito del posto pubblico come panacea di ogni disoccupazione.
     
    Nessuno ha mai parlato di cura miracolosa, mi pare invece a favore del valore legale del titolo di studio.
     
    Perché non buttarsi sui diplomi? Non conosco l’ultima riforma scolastica, ma mi risulta che ormai ci si faccia poco o niente con le superiori e sicuramente non si arriva a compiti critici come sanità o edilizia.
     
    Non ho capito cosa diresti di diversi sulla parte medica, né capisco il punto sull’accreditamento dei corsi ma vabbè: sarà pure l’ora.

    Edit: vabbè, quando canni il captcha posta un po’ dove gli pare anche se gli ridici che lo volevi lì…

    • McLaud scrive:

      Bird, vuota il sacco: a te in fondo piace credere. E credere nel mercato – che ha dato più prove di fallibilità e meno di esistenza del padreterno© – è una scelta che ognuno è libero di compiere.
       
      Fermarsi al “valore legale” del titolo, come fai tu, equivale a grattare pigramente la superficie del problema, senza coglierlo nella sua essenza, ma tant’è: sia lode al mercato.

      • Bird scrive:

        Un mercato ben regolamentato produce concorrenza e la concorrenza produce maggior ricchezza per tutti, a parte i renditieri: non si tratta di credere, si tratta di verificare.
        Ci sono settori che per la loro struttura (sanità, sicurezza, etc) sono fuori mercato (in parte, almeno), altri no (alimentazione, servizi alle aziende, etc): se vuoi smontare questi punti, con onere della prova direi da chi la pensa diversamente da quanto provato sinora, prego.

        • McLaud scrive:

          Una volta tanto hai detto bene: “ben regolamentato”. Un mercato può essere identificato, esiste e funziona solo in base alle regole che lo ordinano, peccato che queste regole siano un tantino scadenti in Italia.

          Non voglio addentrarmi in una disputa in cui i punti deboli sono evidenti, ma la dottrina statunitense (un nome a caso: Hansmann) già da tempo ha segnalato che l’istruzione universitaria e l’alta formazione in generale sono settori in cui tipicamente l’asimmetria informativa è incolmabile ed i fallimenti di mercato la normalità. Ripeto ancora una volta – al vento, purtroppo – che il vero problema secondo me è che lo stato dovrebbe curare una ragionevole uniformità dei contenuti dei corsi di laurea, garantendo parità di chances a chi vi accede: solo il level playing field potrebbe assicurare qualche possibilità di “concorrenza” per chi utilizza l’università come trampolino per il miglioramento sociale ed economico.
           
          Il punto è che, rimosso il “valore legale” della laurea (e non hai ancora detto che cosa intendi con questa locuzione), nella migliore delle ipotesi non cambia nulla: resta sempre necessario avere una laurea per accedere a tutta una serie di lavori e professioni, perché una formazione di base è chiaramente insufficiente a consentirne lo svolgimento. Le famiglie che intendono fare accedere i propri figli a quei lavori e professioni dovranno comunque farli andare ad un’università, che comunque non saranno in grado di valutare ex ante. Finiranno quindi, ad esempio, per mandarli alla Luiss (classico – ma non unico – caso di fogna accademica con reputazione immeritata), pur di vederli laureati.
           
          Nella peggiore delle ipotesi, i titoli di laurea italiani non serviranno neanche più per sostenere concorsi ed esami d’abilitazione (eppure l’alta formazione dovrebbe pur servire a qualcosa in un mondo che a detta di tutti è sempre più complesso), con il risultato che anche soggetti assolutamente impreparati potranno parteciparvi. Non solo, non sarà nemmeno possibile il riconoscimento nell’UE o negli altri stati con cui esistono trattati al riguardo, con grave violazione delle norme europee ed internazionali e l’impossibilità di andare all’estero per chi volesse utilizzare il proprio titolo altrove.
           
          Allora viene da chiedersi che effetti pro-concorrenziali avrebbe una simile scelta: sembra la situazione di colui che per pulirsi il culo adopera una lupara…
           
          Infine, l’automatismo “laurea-lavoro (pubblico, eventualmente)” di cui parli non esiste già nei fatti: la laurea è solo un titolo accademico, non lavori solo in virtù del fatto di essere laureato, se già non lo sapessi.
           
          P.S.: da’ almeno un’occhiata alla forma prima di inserire un commento e considera che “renditiere” è solo una povera italianizzazione di “rentier”. A buon rendere!

          • Bird scrive:

            “Renditiere” si trova su di un botto di pubblicazioni, accademiche e non: cosa poi urti o meno il tuo delicato senso della semantica non è affar mio.
            Per il resto non vedo cosa ci sia da dire extra sul valore legale: è sinonimo del riconoscimento da parte dell’autorità pubblica del percorso di studi superato e, si presumerebbe, delle competenze acquisite.
            Se vuoi definizione più da giurista magari te la copincollo da qualche parte, vedi tu.
            Resta il lieve problema che ad oggi ci sono università pubbliche (o semipubbliche per tutti i quattrini che prendono) che funzionano in maniera analoga a dei laureifici, sfornando incompetenti che al massimo accedono a professioni dove non ci sono esami di ingresso o quelli che ci sono fan ridere (come era prima quello di avvocati in buona parte del sud, per dire – guarda la gelmini…).
            Non scordiamoci poi del fatto che ad oggi esistono professioni che richiedono titoli a cazzo, tipo consulente del lavoro o promotore finanziario: puoi esercitarle più facilmente con una laurea in scienze per la pace (quando ancora questo nobile corso sfornava futuri disoccupati montati) che con una laurea in business administration alla Wharton (che andrebbe convalidata da burocrati italiani).
            Non scordiamoci neppur del fatto che ad oggi numerosi atenei funzionano de facto come laureifici, laureifici ratificati dallo stato italiano, per lo più a prescindere dalla bontà di quanto insegnato.
            Io inizierei a pensare all’ateneo come ad un brand e già ora – fidati – le lauree italiane all’estero sono considerate per lo più barzellette.
            Riguardo al mettere tutti alla pari, mi pare di aver già detto più volte di sistemi di voucher, magari prima su merito e poi su reddito (dando comunque una soglia minima a chi performa bene e ha reddito minimo, naturalmente): quello ti torna?

            • McLaud scrive:

              Ih, come sei vezzosetto quando t’inalberi!
               
              1) Ti faccio notare che il vocabolo italiano di uso corrente (non del XIX secolo) è “redditiere”: non lo dico io, fatti una rapida ricerca su google.
               
              2) Informati meglio, altrimenti potresti sembrare un dilettante: per accedere all’esame per l’iscrizione all’albo dei promotori finanziari è sufficiente il diploma delle superiori; per fare il consulente del lavoro non sarebbe comunque adatta la laurea in scienze della pace, perché non rientra tra le classi di laurea ammesse.
               
              3) Mi pare che di professionisti incompetenti ce ne sia pure tra i laureati di atenei illustri che hanno superato concorsi e/o esami di abilitazione in sedi “al di sopra di ogni sospetto”: cosa prova questo tuo argomento contro il “valore legale” del titolo? Ti risparmio la fatica di rispondere: niente.
               
              4) Hai detto due volte che ci sono atenei che operano come laureifici. Capisco che questa cosa ti stia sui nervi, ma sono in grado di capire anche alla prima. Oltretutto, questo non fa che confermare quello che ho cercato di dire: un controllo più stretto dello stato sui contenuti dei corsi di laurea sarebbe in grado di risolvere molti dei problemi che la vulgata superficialmente attribuisce al “valore legale” della laurea.
               
              5) Se già ora, come sostieni, le lauree italiane all’estero sono considerate “barzellette”, cosa cambierebbe l’abrogazione del “valore legale”? Oppure preferisci il “tanto peggio, tanto meglio”?
               
              6) Uh, che fico il voucher! Certo, non chiamarla più “borsa di studio” cambia tutto! Peccato che siano le singole università a stabilire quali sono i criteri per concederle. Forse anche qui un ritorno all’amministrazione centrale sarebbe opportuno: parametri uguali ovunque (eventualmente adattati in relazione al costo della vita ed alle esigenze dei fuori sede) e seri accertamenti reddituali possibili attraverso convenzioni con l’agenzia delle entrate potrebbero consentire una ripartizione delle risorse più giusta ed efficiente. In un mondo di fantasia, poi, si potrebbe anche parlare di un razionale piano unico per l’edilizia studentesca, ma qui c’è bisogno di soldi veri, che purtroppo mancano. Di sicuro la soluzione non può consistere nella ridicola iniziativa di prestiti garantiti per gli studenti (con pubblicità recentemente riproposte via radio e TV): negli USA le banche che facevano prestiti per gli studi universitari stanno affrontando crisi paurose perché i laureati non riescono a trovare lavoro e conseguentemente non pagano. Da noi, però, dove l’occupazione va benissimo, lo stato decide di garantire (solo parzialmente e comunque con un fondo miserrimo) chi si indebita per studiare…fantastico!
               
              In conclusione, da te non mi aspettavo argomenti così deboli, poco più che artifici retorici. Sei libero di prendertela contro il fantomatico “valore legale” del titolo di studio per chissà quali motivi, ma forse faresti meglio ad invocare un più serio controllo centralizzato sull’accreditamento dei corsi, come avveniva prima del 1989. Resta il fatto che ogni stato al mondo prevede che per poter accedere a determinati lavori/professioni è necessario possedere un certo livello di istruzione/preparazione: che si chiami “laurea”, “diploma”, “dottorato”, “master” o altro ancora, poco cambia. Se resta il requisito d’accesso, anche abrogando il “valore legale” non cambia nulla: fattene una ragione.

  16. Bird scrive:

    Partendo dalle quisquilie: mi piacciono i termini retrò (ma manco così tanto) e restano italiano corretto.
     
    M’ero perso la mancata riforma della professione di promotore, in effetti mi risultava già servisse laurea, ma vabbè; scienze della pace mi risulta stia sotto scienze politiche e quindi dovrebbe essere valida per fare il consulente del lavoro (come economia e giurisprudenza). Se è una pagliacciata sconfessata da tutti o se gli interfacoltà sono interdetti, non mi è noto.
     
    Di professionisti inetti che abbian superato i corsi di buoni atenei e serie prove di selezione ce ne saranno anche, ma quanti? Sono eccezioni o regole? E cosa provano queste eccezioni, se eccezioni appunto sono?
     
    Lo stato come potrebbe far controlli più stretti, scusa? Niente modelli astratti, parliamo di incentivi reali, perché io non ne vedo, anzi. Sarà che ho preferenze liberiste, ma a parte i beni pubblici (sanità, giustizia, sicurezza, etc) quanto più levi allo stato, tanto più levi ai tentacoli del clientelarismo e/o del panem et circenses in varie salse. O no? Perché i laureifici ci sono perché fanno da comodi parcheggi per tanti NEET e da rassicuranti cuscinetti per tante famiglie che vogliono il posto e nient’altro (men che meno il lavoro).
     
    Senza valore legale, sia all’estero che internamente, ci sarebbe una piccola (ma forse per molti manco così piccola) doccia fredda che sveglierebbe un po’ il sistema. E non è che sostengo: almeno sul mio campo so che le lauree italiane non hanno granché credito o, toh, lo hanno grosso modo sulla falsariga delle lauree dell’est.
     
    Voucher o borse di studio non son proprio la stessa cosa, anche perché come rilevi poco dopo è diversa la logica: con un vocher io ministero ti dico “ok, sei uno studente che per me vale e puoi spendere X euro come meglio credi tra tasse, alloggio, etc” (naturalmente da documentare, con tot adempimenti e via dicendo: semplifico). La borsa di studio è di norma darti un’esenzione o al più un alloggio dove decido io, in strutture che decido io.
     
    Per il resto concordo anche: a parte che un prestito d’onore per me ha pure poco senso (perché allora scodello i ragazzi per 15 anni di studio e poi li mollo quando la spesa in istruzione ha resa ancora maggiore?), ma di nuovo temo il peggio visto il delirio di regolamento che s’era pensato per i test d’ingresso a medicina.
     
    Un’alternativa interessante sarebbe al limite lo studio di un sistema di accreditamento europeo unico, forte e vincolante: sono modi che amo poco, ma non vedo molte altre vie altrettanto valide.
     
    Il requisito d’accesso, de facto risulta altro pure oggi: ci sono esami interminabili che non avrebbero molto senso avendo una qualche fiducia nei laureati…

    • McLaud scrive:

      “Partendo dalle quisquilie: mi piacciono i termini retrò (ma manco così tanto) e restano italiano corretto”.
       
      Approvo i salvataggi in corner e non voglio infierire, puffolina.
       
      “M’ero perso la mancata riforma della professione di promotore…”.
       
      Dire “non lo sapevo” costa molto, capisco…specie se la regolamentazione è la stessa dal 1999. Ah, e per quanto riguarda la laurea in scienze della pace, vale l’avvertimento di prima: “informati”, forse fai miglior figura.
       
      “Di professionisti inetti che abbian superato i corsi di buoni atenei e serie prove di selezione ce ne saranno anche, ma quanti?…”
       
      Ce n’è ovunque e lo sai. Nessuno ha mai parlato di eccezioni: peraltro, è vero anche il contrario, ci sono validissimi professionisti che provengono da atenei svalutati.  Conclusione: l’influenza è solo tendenziale.
       
      “Lo stato come potrebbe far controlli più stretti, scusa? Niente modelli astratti, parliamo di incentivi reali, perché io non ne vedo, anzi.”
       
      Ancora una volta, dire “non lo so” o “non riesco ad immaginarlo” è intellettualmente più onesto. Di sicuro di più che cercare ad ogni costo di imporre un punto di vista disinformato.
       
      “Sarà che ho preferenze liberiste…”
       
      L’ho detto che a te piace credere.
       
      “a parte i beni pubblici (sanità, giustizia, sicurezza, etc) quanto più levi allo stato, tanto più levi ai tentacoli del clientelarismo e/o del panem et circenses in varie salse…”
       
      Ma che strano! Una volta si diceva che anche l’istruzione è un bene pubblico. Ora decidi tu quali siano i beni pubblici? Cosa significa, poi, “bene pubblico” o “monopolio naturale” o tante altre belle espressioni con cui gli economisti(/politici) alle volte si riempiono la bocca pur di legittimare indimostratamente le proprie opinioni? Peraltro, se non lo sapessi, negli USA una valanga di prigioni/scuole/università/ospedali sono privati…e non mi pare che il sistema funzioni un gran ché bene.
       
      “Senza valore legale, sia all’estero che internamente, ci sarebbe una piccola (ma forse per molti manco così piccola) doccia fredda che sveglierebbe un po’ il sistema.”
       
      Ah, ma allora è tutto qui! La ricetta è facile: basta staccare lo scaldabagno!
       
      “E non è che sostengo: almeno sul mio campo so che le lauree italiane non hanno granché credito o, toh, lo hanno grosso modo sulla falsariga delle lauree dell’est”.
       
      A giudicare dalle tue affermazioni, comincio a capire perché le lauree italiane in economia siano così screditate.
       
      “Voucher o borse di studio non son proprio la stessa cosa”…
       
      …ma tu stesso poi ammetti che le borse di studio “di norma” consistono in esenzioni o benefici. Quindi non è sempre così, vero? Anche stavolta ti sollevo dall’onere della risposta: non è sempre così. Non solo, se grazie ad una borsa di studio mi restano un po’ di soldi in tasca, non posso spenderli come voglio? Sai, sul piano economico pensavo che erogazioni ed esenzioni si equivalessero (e non per niente sono equiparate in miriadi di ambiti disciplinari).
       
      “…un sistema di accreditamento europeo unico, forte e vincolante…”
       
      Sai, non è un’ipotesi: in tanti settori c’è già, in altri si sta affermando. Si inserisce tutto nel c.d. processo di Bologna. Ma sono certo che conoscerai anche questo.
       
      “Il requisito d’accesso, de facto risulta altro pure oggi: ci sono esami interminabili che non avrebbero molto senso avendo una qualche fiducia nei laureati…”
       
      Ma va? Mi sembrava d’aver scritto che il requisito d’accesso ci fosse “de jure” (e non “de facto”), ma tanto fa, certe cose diventano cavilli alle orecchie del quisque de populo. Se poi ci sono questi “esami interminabili” e qualcuno li supera pur essendo – ohimé – laureato, allora vuol dire che il processo selettivo si articola su più livelli e prenderne di mira solo uno non ha senso.
       
      Infine, ti scriverò una cosa che forse ti colpirà: ammiro Oscar Giannino perché, pur non condividendo gli esiti di certi suoi ragionamenti, almeno si documenta prima di parlare. Fino a qualche tempo fa, lo ammiravo anche perché non pretendeva di avere il potere per conformare il mondo alle sue visioni. In fondo gli voglio bene anche ora, perché sono abbastanza sicuro che sarà trombato e perché resta comunque un professionista serio, non un salvatore del mondo nei ritagli di tempo libero.

      • Bird scrive:

        Se ci sono “validissimi professionisti che provengono da atenei svalutati” (e quindi presto definanziati, andando di quest’andazzo), qual è appunto il punto?
         
        Cosa vieta di levare il titolo di studio, che so, per iscriversi all’ordine degli informatici, in cui ti assicuro spesso auto-didatti o cmq non laureati spaccano il culo a chi si perde nelle minchiate accademiche?
         
        Ti assicuro che conosco ingegneri informatici con ottimo cursus studiorum che rimpiangono di aver perso tempo in atenei che li han costretti a far roba astrattissima e inutile, piuttosto che imparare davvero l’informatica di tutti i giorni; discorso analogo, tornando a medicina, per i medici che a dispetto di almeno un insegnamento di statistica, regolarmente NON conoscono la statistica e non sanno gestire le probabilità nella scelta dei percorsi terapici. Men che meno presentarle al paziente.
         
        Non mi hai risposto sui controlli statali, sia per la coerenza tra i vari insegnamenti, sia per la loro effettiva utilità poi a praticar professioni.
         
        Dove ho detto, scusa, che l’istruzione non è un bene pubblico? Ho parlato di sanità, sicurezza, ETC, visto che appunto di istruzione stavamo parlando; capisco che se non ripeto ogni 3×2 accusi, ma suvvia.
         
        L’istruzione che è senz’altro un bene pubblico non deve essere per forza prodotta al 100% dallo stato, che può anche demandarne parte al mercato, con i succitati voucher che, ripeto ancora, a differenza delle borse di studio non saranno erogati dallo stesso ateneo per essere consumati per lo più entro le sue anguste mura.
         
        Erogazioni o esenzioni si equivalgono? Ma dove? In questo caso solo se l’erogazione fosse stra-vincolata e coprisse gli stessi importi negli stessi identici tempi: ipotesi tue, non mie.
         
        Non sono in effetti al corrente sul progresso nel processo di Bologna, ma non mi risulta che sia così forte come pressione “dall’alto” come auspicherei. Puoi dirmi altrimenti?
         
        La parte del de jure/de facto è dovuta al fatto che vista la tarda ora non capivi o eri già in modalità basso consumo sinaptico pure da qualche risposta sopra? O vogliamo davvero buttarla in battutina con i “nonostante la laurea” che passano le selezioni e gli esami per iscriversi a qualche corporazioncina?
         
        Dimmi meglio cosa non condivideresti di Giannino (io preferisco Boldrin, non l’avessi già detto, cmq) e che ci sarebbe di male nel volere il potere per mettere in pratica le proprie idee.

        • McLaud scrive:

          Ahi-ahi! Stavolta ti ho fatto male, scusami uccellino: capisco il tuo silenzio su tutte le lacune che hai, ma volendo potresti sforzarti a fare un po’ meglio, no? Ad esempio, perché non ti documenti almeno un attimo prima di scrivere? Lo sai che non esiste un “ordine degli informatici”? Lo sai che c’è forse qualche differenza tra informatici ed ingegneri informatici?
           
          No?! Peccato, vuol dire che parli a vanvera.
           
          “Minchiate accademiche” o “roba astrattissima e inutile” a questo punto mi pare che sia quello che vai predicando senza vera cognizione di causa.
           
          Da te mi aspettavo altro, onestamente, certo non la rimasticatura acritica di un sentito dire. Se per rimuovere una presunta macchia, la soluzione per te è di tagliare il tessuto normativo, nessun problema: peccato che, per come è apparso evidente, non sapresti neanche dove andare a tagliare, né quali conseguenze genererebbero i buchi lasciati.
           
          Se volessi saperne di più, non avrei problemi a spiegarti, ma tu non stai conducendo un dibattito: è un monologo in cui devi aver ragione. Per questo ti lascio volentieri a ruminare, anche perché questo scambio di battute farebbe cascare le palle anche agli acrobati.
           
          Su tutto il resto di ciò che ignori, ma su cui ti senti in buon diritto di cianciare – in maniera anche abbastanza incoerente -, mi congratulo con te: puoi aspirare alle più alte cariche dello stato…c’è chi ha già spianato la strada per te (e non solo quella, purtroppo…) .
           
          P.S: “O vogliamo davvero buttarla in battutina con i “nonostante la laurea” che passano le selezioni e gli esami per iscriversi a qualche corporazioncina?” Complimenti, hai superato l’esame di Ironia 101, sarò lieto di presiedere la cerimonia della tua iscrizione nell’albo dei pagliacci.