Il senatore Marcello Dell’Utri è stato pesantemente contestato a Como, dove si era recato per parlare dei presunti diari di Mussolini dei quali sarebbe in possesso.
È stato chiamato mafioso.
Ecco, questi sono gli effetti che una condanna per mafia può fare: si viene chiamati mafiosi.
Questo è quello che vuole certa magistratura e certa stampa di impronta chiaramente e smaccatamente sovietica, che punta a umiliare e screditare gli avversari politici, non tanto per minarne il potere e metterne in discussione il ruolo istituzionale -- giacché loro se ne sbattono giustamente i coglioni -- ma per farli chiamare mafiosi, quando vengono presentati come illustri ospiti a importanti incontri giornalistico/letterari.
Questo è quello che fanno e quello che il forcaiolo popolo della sinistra si aspetta.
Un popolo di individui rancorosi e invidiosi, nutriti costantemente da una faziosa campagna diffamatoria a mezzo stampa che, al pari di quanto viene fatto da certa magistratura, maschera le notizie, prendendo in considerazione solo quelle che gli tornano comode per i loro interessi.
Facciamo un po’ di chiarezza su questa storia.
Il senatore Marcello Dell’Utri, che sì vanta un curriculum giudiziario che da solo potrebbe fare di lui un protagonista dei Soprano, è stato mafioso fino al 1992, ma poi ha smesso.
Probabilmente il 1992 è l’anno in cui ha fondato la società calcistica giovanile Bacigalupo, facendo così cadere ogni accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nei suoi confronti.
E questi sono fatti.
Come può una persona normale, un lavoratore, gestire una società calcistica giovanile e, contemporaneamente, fare affari per conto della mafia?
Dove lo trova il tempo?
A sostegno di questa tesi è intervenuto anche il nostro Presidente del Consiglio, grande esperto di società calcistiche (oltre che di mafia, per il suo ruolo istituzionale e per la serrata lotta che il suo Governo sta facendo contro le cosche mafiose, anche quelle non rivali) il quale ha affermato con autorevolezza che uno che fonda la Bacigalupo NON PUÒ essere un mafioso.
Ora, è vero che Flavia Vento, all’epoca, l’avremmo trombata volentieri (e anche al nostro Presidente, a dire la verità, infileremmo volentieri qualcosa in qualche oscuro pertugio) ma non per questo le avremmo fatto governare il nostro Paese.
Torniamo al senatore Dell’Utri, vittima di questa vergognosa contestazione.
Ebbene, se egli non è più mafioso dal 1992 (ma è ancora fascista, è bene ricordarlo) allora è evidente che quella dell’altro giorno a Como è stata una manifestazione politica, diffamatoria e per questo ancora più grave in un Paese come il nostro.
Un Paese dove il vento della calunnia ha già mietuto fin troppe vittime negli sciagurati anni di tangentopoli, a cominciare dal povero Bettino Craxi costretto dalla campagna diffamatoria messa in atto nei suoi confronti (e da una duplice condanna penale) a morire in esilio, ad Hammamet.
Ecco, il popolo italiano sembra non aver imparato niente da quello e da altri tristi, simili eventi.
Per fortuna che quello che non ha imparato il popolo lo hanno imparato alcuni politici che, con la forza data loro da una volontà di ferro e dal controllo su tutti i mezzi di informazione, se ne sbattono altamente i coglioni e continuano ad andare in giro a testa alta.
Ecco, questo ci rende veramente orgogliosi della nostra classe politica.
Ebbene sì, anche un dittatorello tragicomico, sosia di Carlos Santana (o Michael Jackson, o Tomas Milian, o Claudio Gentile, chi più ne ha più ne metta…) in tour con il suo circo, è riuscito a mettere in ridicolo il nostro governo.
Ed un altro dittatorello tragicomico, sosia di Mao (o Pinocchio, o Al Capone o di un pupazzo da ventriloquo, chi più ne ha, più ne metta…) insieme alla sua corte di nani, ballerine e viscidi affaristi, è riuscito a mettere in ridicolo il nostro Paese.
Imperturbabilmente, continuativamente, da circa vent’anni.
All’epoca dell’ultimo governo Cossiga, i nostri genitori avevano pressappoco (non sono esattamente coetanei) 35 anni e il buon Francesco 52.
Poi sono seguiti gli anni di Presidenza della Repubblica, che si sono conclusi nel 1992. All’epoca i nostri genitori avevano, più o meno, 47 anni.
Adesso, il Presidente è ricoverato in gravi condizioni di salute al Policlinico Gemelli di Roma. I nostri genitori hanno 65 anni.
I nostri genitori non fumano, bevono pochissimo e non hanno grandi vizi. Forse anche per questo motivo possono seguire le ultime vicende terrene del Presidente Emerito, sui giornali e alla televisione.
A questo punto, siamo pronti ad adottare lo stile di vita più morigerato possibile: ci modereremo nel bere, non fumiamo già di nostro, mangeremo solo cibi bio e molta frutta còlta direttamente dall’albero, cucineremo solo verdura di stagione, facendo il bagno 5 ore dopo aver pranzato (come consiglia da anni Luciano Onder su TG2 salute e società) faremo tanto moto e yoga almeno tre volte alla settimana, berremo 16 litri d’acqua al giorno come consigliato dai principali salutisti televisivi, ci vaccineremo ogni anno contro le varie influenze, il 99% delle quali completamente inventate ma chissenefrega, tromberemo con regolarità e cureremo quotidianamente il corpo con aloe vera e burro di Karité.
Berlusconi ha 74 anni. Noi 40.
Ce la possiamo fare.
Da oggi abbiamo una motivazione per darci al Wellness.
Grazie ai cosiddetti finiani, che si sono astenuti.
D’altra parte, da chi fino a ieri è stato parte integrante e protagonista di tutti i governi Berlusconi non c’era certo da aspettarsi qualcosa di diverso.
Grazie anche all‘UDC, che si è astenuto.
Vabbè, l’UDC. C’è ancora qualcuno che ha voglia di spendere parole sull’UDC? Dai, su.
Ma – e qui vogliamo posare la nostra attenzione – anche grazie all’astensione di quei giuggioloni dell’API di Francesco Rutelli.
Cioè, grazie all’astensione del partiticchio di quello che era stato scelto come candidato premier per il centrosinistra, nelle elezioni del 2001. Quello che per tre anni ha tirato la carretta, mangiando pane e cicoria, ma soprattutto rompendo parecchio, ma parecchio i coglioni!
Bene, ora che ha potuto fondare il suo movimento con tanto di inno ufficiale, il mite Cicoria, alla prima occasione, ha potuto portare il suo aiuto all’amico Silvio. Sperando che questo un giorno ricambi, magari prendendolo con sé.
Con queste durissime parole Gianfranco Fini ha preso una posizione chiara che lo ha portato a fondare il suo gruppo parlamentare: “Futuro e Libertà”.
Questo tipo di eventi sono quelli che spingono a riflettere e che sollevano inquietanti dubbi sullo stato della democrazia in Italia.
Vogliamo dire, aldilà dei festeggiamenti incomprensibilmente incontrati anche a sinistra (quale? boh), è bene ricordare che Fini e tutti i tigrotti di Mompracem che a lui fanno riferimento hanno contribuito per tre abbondanti lustri e in maniera decisamente rilevante ai successi di Berlusconi, appoggiandolo in tutto e per tutto, condividendone le scelte più scellerate e vergognose in fatto di giustizia, economia, scuola, immigrazione, revisionismo storico, lavoro, sanità, informazione, servizi segreti, servizi palesi, tricologia, summer party, etc…
Ora, dato per assodato quanto sopra, se questo manipolo di temerari arriva a dissociarsi pronunciando epiteti di tale rilevanza, più simili ad una condanna che ad una constatazione, allora può darsi che qualcosa di vero possa esserci.
E il germe del dubbio, orribile, spaventoso e strisciante come vile crotalo, si insinua: Oddìo, non avremo mica davvero un premier illiberale?
Sarebbe una cosa inaudita. No, no, non è da prendersi neanche in considerazione per un paese che si considera – a dispetto di tutto – ancora rispettabile.
Forse è per questo che, alla richiesta di dimissioni da Presidente della Camera, Gianfranco Fini ha risposto per le rime: “Mi ha cacciato, ma non mi dimetto da Montecitorio. Lui ha logica aziendale, ma io non sono un ad”.
No, Gianfranchino, cucciolo di zio, non montarti la testa; non sei un amministratore delegato.
Sei, e sei sempre stato, un dipendente. Uno dei tanti.
Anche questa volta, come già un anno fa, il nostro Buon Governo ha pensato di placare le proteste e i malumori della gente terremotata d’Abruzzo, organizzando appositamente per loro un bel G8.