Lo chiamavano Trinità

8 giugno 2009

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«L’essere umano porta nel proprio genoma la traccia profonda della Trinità […] Nella nostra terra, nei pianeti, nelle stelle, nelle galassie, nel micro-universo, nelle cellule, negli atomi, nelle particelle elementari: in tutto ciò che esiste, è impresso il nome della Santissima Trinità».
BENEDETTO XVI, 7 giugno 2009

È bello venire a sapere tutto ciò, il giorno 7 giugno dell’anno 2009, perché altrimenti saremmo rimasti nell’errata opinione che la Trinità – termine e concetto filosofico che non si ritrova in nessuna parte della Bibbia – fosse una caotica e incoerente invenzione umana perfezionata a suon di concilî rissosi e scomuniche violente, a partire dall’anno 325 dell’era volgare. Ma, grazie al Santo Padre, veniamo invece a scoprire proprio oggi, all’inizio del terzo millennio, che la Trinità, oltre al merito di avere ispirato un personaggio molto fortunato della carriera attoriale di Terence Hill, è addirittura inscritta nel genoma umano. Ora – è vero – gli studî sul genoma sono ancora agli esordî, e dunque non siamo in grado di escludere scientificamente che tra gli oltre 30.000 geni di cui si compone il patrimonio cromosomico vi sia anche quello della divina Trinità. Ma questo è solo un limite della scienza; bisogna dunque al momento fidarci di ciò che ci dice il Vicario di Cristo, al quale il Signore degli Eserciti avrà di sicuro insufflato, per vie misteriose, questa importantissima e indubitabile verità scientifica.
Sbagliano dunque tutti coloro che credono che la Trinità sia stato un faticoso compromesso dialettico-filosofico ottenuto attraverso le risse delle varie sètte cristiane primitive. Da oggi, grazie alla chiarificazione del Papa, non c’è più bisogno di sapere che al Concilio di Nicea del 325 i buoni pastori si sputarono addosso per decidere se Gesù fosse creato o increato e, nel caso, se fosse consustanziale al Padre; non dovremo più nemmeno restar sorpresi se al tempo di quello stesso concilio lo Spirito Santo non avesse ancora nessuna qualità, né sapesse di «procedere dal Padre e dal Figlio»; non faremo più fatica a comprendere la decisione del Concilio di Rimini del 359, nel quale i reverendi padri tolsero a Gesù la sua consustanzialità; non dovremo più affannarci per far quadrare le tesi del Concilio di Efeso del 431, che condannò tanto severamente i nestoriani perché sostenevano che Gesù era Dio ma sua madre non era la madre di Dio; non ci sarà poi più d’imbarazzo leggere i resoconti del secondo concilio di Efeso del 449, dove a Gesù fu assegnata un’unica natura, secondo la dottrina dei monofisiti di Eutiche; né saremo più confusi nel sapere che al concilio di Calcedonia del 451, i monofisiti furono presi a legnate e Gesù poté così riavere due nature; infine, non dovremo più temere la logica quando rileggeremo la storia del II concilio di Costantinopoli, dove si decise che Gesù, se aveva due nature, doveva avere anche due volontà. E così avanti di concilio in concilio, fino a definire il contraddittorio, raffazzonato e traballane concetto di Trinità.
Dobbiamo allora ringraziare di cuore il Santo Padre per aver sgombrato la nostra mente da queste storie confuse e incoerenti ed averci rivelato una verità finora ignota: che il Signore, il Dio dell’Universo, ha voluto inscrivere nell’atomo, nel genoma e nel firmamento il resoconto stenografico di due secoli di faide, risse e svarioni logici dei padri conciliari protocristiani. In un periodo in cui Baget Bozzo passa per un intellettuale, anche Giuseppe Ratzinger può sembrare Tommaso d’Aquino. Grazie, o Santo Padre.

FEDERICO MARIA SARDELLI

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