Benigni Roberto, di Gaspare fu Giulia.

22 novembre 2010


No, via, non ce la possiamo fare. Ci abbiamo provato, a sorvolare, più per senso della realtà che per affetto. Anzi: sono proprio l’affetto e l’ammirazione sconfinata nei confronti di quello che fu, a dettare questo pezzo.

Possono due stronzi come noi parlar male di Benigni?

– Sì.

– No.

S’apre i’ddibattito (cit.).

Benigni è un genio.

O almeno lo è stato per molto tempo. E adesso – non ci è dato modo di sapere perché – non lo è più.

Possiamo solo fare squallide congetture da cortile: forse per via della moglie; forse per colpa dell’Oscar; in grandisssssssima parte per colpa di Cerami, che sta alla spontaneità come Marc Dutroux alla pedagogia; forse perché è stanco e non ha più voglia, forse perché vuole cambiare (e noi siamo i primi a riconoscere all’artista il diritto di voler cambiare, contro il volere del pubblico, tendenzialmente conservatore, che rimpiangerà sempre ciò che aveva apprezzato e a cui si era affezionato); forse perché è rincoglionito, forse perché ha perso il contatto con la realtà, forse perché si prende sul serio e crede davvero a quello che gli altri dicono di lui (un po’ come J.C. Superstar), forse per un sacco di altri motivi.

No, via, onestamente…

Benigni è diventato (suo malgrado o forse a suo vantaggio) un feticcio di quella parte fighettarella della sinistra, un feticcio del quale non si può parlare se non con termini come travolgente, irresistibile etc… Ogni sua apparizione pubblica deve essere anticipata, accolta e poi celebrata come un evento, da descrivere come straordinario su tutti i giornali (o almeno quelli compiacenti verso la suddetta sinistra).

Benigni travolgente è diventato un dogma, un luogo comune, un po’ come Pippo Baudo è un professionista serio, il nuoto è lo sport più completo e Andreotti è simpatico.

Il Benigni di adesso è travolgente solo se lo paragoniamo al TG2 Salute di Luciano Onder.

Ma non si può dire.

Infatti, dopo l’ultima apparizione a Vieniviacommé, i consensi e gli entusiasmi sono stati (quasi) unanimi.

Tutti: uomini, donne, mamme, babbi, suocere, figli, carogne, studenti, lavoratori, disoccupati, politici, calciatori, giornalisti… tutti sono rimasti soddisfatti e rassicurati dall’intervento di Benigni.

E questo è già un piccolo fallimento, per uno che dovrebbe fare satira.

Se non fai arrabbiare/pensare/sorprendere nessuno vuol dire che non hai smosso niente.

La satira, almeno nella nostra visione, non deve essere rassicurante. Anzi, deve essere l’esatto contrario e a questo proposito, l’intervento di Antonio Albanese, nella seconda puntata del programma, è stato meraviglioso. Albanese ha fatto ridere mentre faceva passare messaggi terrificanti; ha caricato comportamenti e usanze per evidenziarne l’anormalità; in pochi minuti ha fatto un ritratto dell’Italia contemporanea attraverso la figura che meglio la rappresenta: il bandito cafone; infine, non ha avuto bisogno di salterellare qua e là, non ha riso forzatamente per chiamare la risata del pubblico, non ha gesticolato ossessivamente per apparire brillante. E soprattutto ha chiuso il suo intervento con un finale diretto, serissimo e agghiacciante.

Per questo, l’indomani, non l’ha cacato nessuno.

La satira è un commento divertente, ma critico e spietato sui fatti che accadono.

Il punto è proprio questo: divertente, ma critico e spietato.

Questo presuppone la costruzione di un meccanismo creativo che porti il lettore (o lo spettatore) non solo a ridere, ma a ricordarsi di quel fatto che gli ha provocato la risata; e magari, anche a vedere le cose da una prospettiva diversa da quella comunemente accettata o – sempre più spesso – imposta dai mezzi di informazione di massa.

Se viene a mancare questo meccanismo, viene a mancare la natura stessa della satira e si finisce per formulare semplici commenti da bar, tutt’al più – a volte – salaci (vedi Littizzetto), o dire tristi banalità.

Le cose condivisibili (“non si ammazza uno perché ha scritto un libro”, “la vita va rispettata”, “quando un uomo con la pistola incontra un uomo con la penna”…etc…) dette da Benigni l’altra sera avrebbero potuto dirle benissimo anche Fazio, Moccia, Veltroni o il Papa; e non crediamo che si trattino di personaggi particolarmente vivaci, spiazzanti, travolgenti e creativi… a parte forse il papa, per il suo eccentrico modo di vestire e per il fatto che parla con esseri invisibili.

Qualcuno si ricorda una battuta fulminante detta da Benigni a Vieniviaconme?

No, vero?

E sapete perché? Perché non ce ne sono state.

Forse una… sì, una, ecco… quella dell’elenco di fatti e personaggi che finiva con “…che al mercato mio padre comprò”.

Peccato fosse presa in prestito da Spinoza.it.

Benigni, da grande comico che è (uno dei pochi in grado di unire comicità pura e satira) ha bisogno di giocare col corpo per intercettare il consenso. Si agita, urla, ride (e chiama la risata del pubblico) balla, canta, si asciuga il sudore, canta una canzoncina carina sulle proprietà di Berlusconi, recuperandola da un suo spettacolo del 1995 e riadattandola ai fatti di oggi.

Ma se togliamo questa sovrastruttura, quello che rimane è davvero poco, pochissimo. Niente che rimanga impresso.

Perché comicità e satira non sono la stessa cosa. La comicità non intacca i valori, non tenta di illuminare le zone oscure, non prende posizione.

La satira sì. Eccome.

Il primo TuttoBenigni (se non l’avete visto, cercatelo, è un obbligo!) era genio puro. E dopo averlo visto ti rimaneva impresso per giorni (a noi per tutta la vita). Il secondo non era già più altrettanto forte.

Da lì, la rovina.

Da quel momento i film costruiti a orologeria come compitini, con gag innocue e per giunta telefonate, a discapito di quella spontaneità, di quella capacità d’improvvisazione che lo avevano piazzato come una bomba atomica nel panorama dello spettacolo italiano. Da lì la nenia sull’amore, le crisi mistiche, l’importanza della Madonna (!!!), le letture di Dante, il volemose bbene, lo squallido invito sanremese a Berlusconi a farci sentire orgogliosi di essere italiani e tutto il resto che non è né satirico, né coraggioso, né travolgente.

Il Benigni di ora è questo, se ne prenda atto e lo si accetti (o lo si pianga, come facciamo noi) ma non lo si canti più come si faceva con il geniale inventore di Mario Cioni.

Sono due cose diverse, ci verrebbe da dire agli antipodi.

Fine d’i’ rricrativo, principia i’ccurturale.





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Up patriots to arms

17 agosto 2010

Passate le ferie, torna la lotta.

La lotta per i diritti fondamentali, quali la Serie A la domenica pomeriggio, l’Enalotto, il lavoretto senza fattura, la raccomandazione del bimbo, il fritto di paranza e il diritto ad un’informazione libera, matura e approfondita, contro la vergognosa legge bavaglio che minaccia la libertà di stampa.

Con questa legge ignobile e antidemocratica si impedirebbe di fatto ai giornali di pubblicare informazioni giudiziarie prima delle udienze preliminari. Vorrebbe dire, a tutti gli effetti, venire a conoscenza dei fatti, degli scandali, delle imputazioni, delle accuse e dei possibili reati, solo dopo anni e anni.

Con una legge del genere, ad esempio, non avremmo mai potuto essere aggiornati in real time su tutti – diciamo: tutti – i più piccoli accadimenti ruotati intorno ad una delle vere e proprie protagoniste di quel coacervo di insopportabili stronzate che è la colonnina a destra di repubblica.it. No, questa volta non ci riferiamo a Sua Santità Benedetto 16, ma alla famosissima Lindsay Lohan.

E quindi non saremmo mai venuti a sapere che Lindsay Lohan, giovane tro attricetta zompettante tra party e tribunali, è stata accantonata dall’industria di Hollywood a favore di attrici quarantenni meno cret più affidabili.

Oppure che, sempre Lindsay Lohan va fiera del suo bracciale che monitorizza il tasso alcolico del sudore, al punto da averlo esibito a Cannes.

Ma anche che, Lindsay Lohan ha avuto la casa svaligiata dai membri di una famosa gang, chiamata “Bling Ring”.

E cosa dire del fatto che Lindsay Lohan ha dovuto far ricorso alle cure di uno specialista per guarire dalla sua mania per lo shopping?

Tutte queste fondamentali notizie, e le altre innumerevoli che potrete trovare digitando il nome “Lindsay Lohan” sul motore di ricerca di Repubblica.it, sarebbero a rischio censura se venisse approvata la famigerata Legge Bavaglio.

Ecco allora che, prima che venga promulgata, dobbiamo con forza porre le ultime domande scomode:

  • perché tutta questa insistenza, da parte di repubblica.it, con Lindsay Lohan?
  • perché Lindsay Lohan e non, per esempio, Eva Longoria, Evangeline Lilly, o Jesse Jane?
  • cos’ha di particolare, rispetto alle altre, Lindsay Lohan?
  • l’agenzia di Lindsay Lohan foraggia a valigiate di dollari (o libri di Vincenzo Cerami) repubblica.it?

E, cosa ancora più importante ai fini della nostra inchiesta: CHI STRACAZZO È LINDSAY LOHAN?

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